INTRO
Ogni cosa al suo posto, ogni posto, la sua cosa.Ci va il suo tempo, ogni cosa a tempo debito.
Stralci di antica saggezza popolare, piemontese e forse non solo piemontese.
Torino, città in cui il nucleo di prima urbanizzazione viene chiamato centro, come tutte le città del mondo, ma che non è radiale: il nucleo più antico, di recente elevato di rango, è il Quadrilatero Romano.
Quadrilatero, appunto.
Preciso, rigido, incapsulato entro quattro lati e quattro angoli.
Rigorosamente a novanta gradi, non uno di più, non uno di meno.
Come l’architettura torinese, che con un elegante eufemismo viene definita sobria, ma che di fatto realizza scatoloni, in legno, travertino, cemento armato, vetro e acciaio, a seconda delle epoche storiche.
Parallelepipedi, con gli angoli rigorosamente a novanta gradi, pure loro, non uno di più, non uno di meno.
Che si tratti di edifici di civile abitazione, capannoni industriali o palazzotti olimpici poco importa.
Lunghezza per larghezza per altezza, e il volume è bell’e che calcolato.
Torino, dove l’apice dell’eleganza e della fantasia si raggiunge nel periodo compreso tra il Guarini e l’Antonelli, qualche annetto fa ormai, e dove il Liberty è una elegante meteora di importazione per qualche ricco borghese dell’epoca, con portafoglio capiente e signora pretenziosa.
Torino, dove il tempo è scandito dalle nove alle cinque, pausa pranzo, oppure sui tre turni a coprire le ventiquattro ore in fabbrica, per quelle rimaste in attività, si intende.
E la sera tutti in casa, ponte levatoio alzato, che domani ci si alza presto per andare a lavorare e “..che di notte girano solo i ladri e i sasini…”, come diceva la canzone.
A questo punto, parafrasando Lenin, l’unica domanda possibile è “Che fare?”
Assoggettarsi ad una vita scandita dai ritmi di una città che in realtà è più simile ad un paesone annegato nella provincia che ad una metropoli, o forse è più opportuno, utile, costruttivo o gratificante cercare una dimensione parallela che liberi quella parte creativa che è nascosta in ognuno di noi, e che è soffocata dalla quotidianità del casa-chiesa-bottega?
Liberarsi dalle costrizioni del tempo e dello spazio, è la proposta di questo luogo virtuale.
Che in quanto virtuale è un non-luogo e che, sempre in quanto virtuale, ha un suo non-tempo, non vincolato dalle rigidità della saracinesca di un locale che sia alza o si abbassa ad orari prefissati.
In questo non-luogo troveranno ospitalità quelle suggestioni artistiche che derivano dalla musica, dalle arti figurative, dalle scienze, di tutto il mondo, di tutti i tempi.
Non stupiamoci di trovare fianco a fianco Caravaggio con l’arte rupestre e il blues del Tennessee.
Sappiamo, e lo verificheremo di volta in volta che esiste un filo invisibile che lega le varie forme dell’espressività umana, in tutte le civiltà, di tutti i tempi.
Di volta in volta si sono creati legami, punti di contatto, tra forme espressive in origine lontane tra loro, talora sia nel tempo che nello spazio, fino a giungere a vere e proprie forme di contaminazione.
Cerchi, collegamenti culturali, che in qualche luogo, in qualche tempo, si sono aperti, formati, e che altrove, successivamente, si sono chiusi, o sono ancora in attesa di esserlo.
Per quanto varie e differenti tra loro, queste forme di contaminazione hanno, da sempre, avuto come principale obiettivo il cercare di aprire quelle porte che mettono in comunicazione l’animo umano (o meglio i suoi angoli più reconditi, i retaggi ancestrali) col mondo esterno.
Questo è vero per l’homo sapiens come per il monaco buddista, per il cantante nero come per il pittore surrealista, per il poeta come per il geometra torinese.
Queste sono le cose che cerchiamo, che desideriamo e che proponiamo.
Perché, in definitiva, il luogo non-luogo più autentico, non ha connotazioni geografiche o storiche, ma è, da sempre, dentro ognuno di noi.








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